L’Università di Firenze in una ricerca internazionale pubblicata su Nature Medicine
Lasciare una dieta tradizionale africana e adottare una dieta alimentare tipica del mondo occidentale globalizzato causa infiammazione e riduce la risposta immunitaria agli agenti patogeni. Il percorso inverso, cioè, adottare una dieta africana ricca di verdure, fibre e cibi fermentati comporta effetti positivi.
È il risultato dello studio internazionale – pubblicato su Nature Medicine, con la partecipazione dell’Università di Firenze e dell’Azienda ospedaliero-universitaria Meyer di Firenze – che evidenzia l’impatto di diversi tipi di dieta alimentare sul sistema immunitario e sul metabolismo (“Immune and metabolic effects of African heritage diets versus Western diets in men: a randomized controlled trial” DOI: 10.138/s41591-025-03602-0).
Alla ricerca, coordinata dall’Università di Njimegen (Paesi Bassi) e dal Kilimanjaro Christian Medical University College (Tanzania) hanno partecipato 77 uomini in buona salute, residenti in Tanzania, sia in città che in zone rurali: per un periodo di due settimane alcuni partecipanti che seguivano una tradizionale dieta africana (che include molte verdure, frutta, fagioli, cereali integrali e cibi fermentati) sono passati a una dieta occidentale, mentre altri che nei centri urbani mangiavano una dieta occidentale hanno adottato per lo stesso periodo una dieta africana tradizionale. Un terzo gruppo ha consumato ogni giorno una bevanda di banana fermentata (contenente lieviti e lattobacilli) e dieci partecipanti, come gruppo di controllo, hanno mantenuto la loro dieta abituale.
I ricercatori hanno analizzato in modo completo la funzione del sistema immunitario, i marcatori di infiammazione del sangue e i processi metabolici all’inizio della sperimentazione, dopo due settimane e, di nuovo, dopo quattro settimane. I partecipanti che sono passati a una dieta occidentale hanno mostrato un aumento delle proteine infiammatorie nel sangue, un’attivazione di processi associati alle patologie legate allo stile di vita (come le malattie cardiovascolari e il diabete) insieme a una risposta immunitaria meno efficace ai patogeni. Viceversa, coloro che sono passati a una dieta africana tradizionale o hanno consumato la bevanda fermentata hanno mostrato una riduzione dei marcatori infiammatori. Alcuni di questi effetti sono persistiti anche quattro settimane dopo, il che indica che i cambiamenti dietetici a breve termine possono avere effetti duraturi.
“La ricerca – spiegano i ricercatori Duccio Cavalieri (Università di Firenze – Dipartimento di Biologia) e Paolo Lionetti (Università di Firenze – Dipartimento Neurofarba e AOU Meyer – Soc Gastroenterologa e Nutrizione AOU Meyer IRCCS) – nasce da una nostra idea sviluppata nell’ambito del progetto Transmic. Finanziato all’interno del programma HDHL-INTIMIC è un progetto ERA-NET Cofund finanziato da Horizon 2020, a supporto dell’iniziativa di programmazione congiunta “Healthy Diet for a Healthy Life” (JPI HDHL) e mira a stabilire la relazione causale tra alimentazione, microbiota intestinale e salute dell’uomo utilizzando popolazioni africane esposte a diete tradizionali o globalizzate come modello”.
“La sperimentazione – concludono i ricercatori -, alla quale abbiamo contribuito anche con l’analisi e interpretazione dei dati e degli aspetti nutrizionali, segnala i potenziali rischi per la salute associati all’abbandono delle diete tradizionali, sempre più frequente in Africa, ma mostra anche quanto possa essere dannosa per noi occidentali una dieta composta perlopiù da cibi lavorati e ipercalorici”.